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Abusi sessuali in famiglia Madre che non denuncia il marito Responsabilità Sussistenza


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Abusi sessuali in famiglia             Madre che non denuncia il marito           Responsabilità         Sussistenza


La posizione di garanzia verso i propri figli in capo al genitore, comporta l'obbligo per costui di tutelare la vita, l'incolumità e la moralità sessuale dei minori contro altrui aggressioni, anche endofamiliari, adottando anche le misure più drastiche in vista del raggiungimento di tale scopo.

Tra i suddetti "doverosi" interventi rientrano anche i rimedi estremi, quali la denuncia dell'autore del reato ed il suo allontanamento dall'abitazione coniugale.

La posizione di "garanzia" del genitore impone, infatti, a questi di porre in essere tutti gli interventi concretamente idonei a far cessare l'attività delittuosa, posto che quell'obbligo di tutela del minore, che la legge affida al genitore, ha natura assolutamente prioritaria rispetto a qualsivoglia altra esigenza.

Del resto, una corretta interpretazione esegetica del secondo comma dell'art. 40 c.p., laddove recita che "non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo", non indulge a considerazioni meno rigorose, posto che il principio della causalità equivalente - che grava sul soggetto "garante" - fa discendere la sua responsabilità penale non da qualsiasi omissione, ma solo dalla mancata adozione di comportamenti in grado di assicurare (in modo efficace) il rispetto del bene giuridicamente protetto.

 

 

 


 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE III PENALE

Sentenza 14 dicembre 2007 – 30 gennaio 2008, n. 4730
(Presidente De Maio – Relatore Sensini)

Svolgimento del processo

1 - La Corte di Appello di Bologna, con sentenza in data 2/3/2007, confermava la pronuncia del Tribunale di quella città in data 11/11/2004 con la quale B. V. era stata condannata, in concorso di attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate, alla pena di anni sei di reclusione, siccome ritenuta responsabile del reato ascrittole, qualificato ai sensi degli artt. 40, comma 2, 609 bis comma 1 e 609 ter comma 1 nn. 1 e 5 c.p. e 81 cpv. c.p., per non aver impedito la commissione, da parte del marito Z. A., di abusi sessuali perpetrati sulle figlie minori V. e M. - abusi commessi, quanto a V., in Imola dal 28/10/1999 al 30/1/2003; quanto a M., dal 1993 fino al febbraio 2003. Abusi per i quali il coniuge Z. A. era stato condannato, con sentenza irrevocabile, alla pena di anni dieci di reclusione.

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Euro falsi nelle nostre tasche


 

 

EURO FALSI NELLE NOSTRE TASCHE

 

 

 

COME RICONOSCERE GLI EURO FALSI

 

Diverse caratteristiche di sicurezza sono state integrate nelle banconote in euro per consentirvi di riconoscere immediatamente un biglietto autentico.

Toccate gli elementi in "rilievo": speciali processi di stampa conferiscono alle banconote un effetto unico.

Guardate la banconota in controluce: saranno così visibili la filigrana, il filo di sicurezza e il registro di stampa "recto-verso". Le tre caratteristiche sono riscontrabili su entrambi i lati del biglietto autentico

Muovete la banconota: in questo modo è possibile osservare sul fronte l'immagine cangiante della lamina olografica (striscia per i tagli bassi e placchetta per quelli elevati).

Muovere. Inclinando leggermente la banconota, si può notare sul retro la brillantezza della striscia iridescente (tagli bassi) o il colore cangiante dell'inchiostro speciale (tagli elevati).

Anche le monete in euro sono coniate mediante tecniche molto avanzate, che rendono difficoltosa la loro falsificazione e facilmente riconoscibili gli esemplari contraffatti.Particolare attenzione è stata dedicata alle caratteristiche di sicurezza inserite nelle monete da 1 e da 2 euro.

Le monete da 1 e da 2 euro sono prodotte con una sofisticata tecnologia bimetallica volta ad ostacolare la loro contraffazione. Sul bordo della moneta da 2 euro, inoltre, è impressa un'iscrizione. In tutte le monete prodotte nei paesi dell'area dell'euro sono state inserite speciali caratteristiche di sicurezza riconoscibili dai distributori automatici di beni e servizi.


GUARDATE BENE QUESTO VIDEO


 

 

Cosa dobbiamo fare quando ci accorgiamo di avere tra le mani una banconota o una moneta probabilmente falsa?

Non spendiamola  assolutamente !

Presentandoci in una banca o alle poste, se presentiamo delle banconote false o di cui viene solo secondariamente decretata la falsità, assisteremmo alla redazione di un verbale di cui potremmo detenere una copia.

Le banconote verranno spedite in Banca d’Italia per un accertamento della legittimità:

se questa verrà decretata noi saremmo rimborsati per mezzo di un vaglia cambiario del medesimo importo, ma, in caso di falsità, il denaro verrebbe ritirato senza la previsione di alcun rimborso.

Per questo motivo dobbiamo stare attenti alla qualità delle monete o delle banconote che ci vengono date, perchè

NESSUNO CI RIDARA' MAI INDIETRO I NOSTRI SOLDI !!!!!

 

Omnibus Italia

 

La corruzione è nemica della democrazia

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" La democrazia si difende, si sostiene e si rafforza con grande tensione morale; la corruzione è nemica della democrazia, la corruzione offende la coscienza del cittadino onesto, l'esempio deve essere dato dalla classe dirigente e in primo luogo da me che vi parlo.

Si colpiscano i colpevoli di corruzione senza pietismi, senza solidarietà di amicizia o di partito.

Questa solidarietà sarebbe vera complicità, la politica deve essere fatta con le mani pulite "

Sandro Pertini

 

Falsi certificati medici per ottenere il rinnovo della patente.

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Falsi certificati medici per ottenere il rinnovo della patente.

Nei guai un 51enne leccese, ufficiale medico dell'esercito

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Venerdì 24 Settembre 2010 12:07
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Falsi certificati medici per ottenere il rinnovo della patente.

Sarebbero decine e decine gli automobilisti che, senza effettuare visite mediche specifiche e senza averne i requisiti, avrebbero goduto di questi favoretti.

È quanto hanno accertato gli agenti della sezione di polizia giudiziaria della polstrada di Novara, che hanno eseguito un ordinanza di custodia cautelare personale, con obbligo di dimora nel comune di residenza, a carico di Federico Murgia, 51enne leccese, ufficiale medico dell'esercito, di stanza presso il comando militare di Milano.

L'uomo, con la complicità di un ex comandante dei vigili urbani, avrebbe rilasciato a diversi automobilisti, senza verificarne i requisiti, numerosi certificati medici, necessari per il rinnovo del titolo di guida.

Una leggerezza non da poco, che avrebbe potuto causare situazioni di concreto pericolo per gli stessi e per gli altri utenti della strada.

I certificati, prodotti, timbrati e firmati dall'ex comandante dei vigili urbani, recavano in calce la firma ed il timbro del 51 leccese, suo complice.

Per i due, i reati contestati sono quelli di falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, con le aggravanti del concorso, della continuità e dell'aver determinato l'errore altrui attraverso l'inganno.

I certificati medici fasulli, infatti, venivano inviati presso la sede centrale della motorizzazione di Roma, da dove venivano poi rilasciati, senza nutrire il minimo sospetto, le autorizzazioni alla guida.   Claudio Tadicini

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Adro


Ad Adro, in Provincia di Bergamo, c’è una scuola moderna, dall’aspetto pulito ed efficiente, intitolata a GIANFRANCO MIGLIO, professore ed ideologo della LEGA NORD.

Questa scuola ha una particolarità: all’ingresso, sui muri, sui mobili, su tutte le suppellettili, perfino nelle aiuole, espone il “sole padano”, simbolo della LEGA NORD.

E’ un fatto che non può definirsi che inaudito.

Una scuola, ed in particolare una come questa, che è una scuola primaria, è il luogo in cui per definizione si recano i nostri figli, sin dalla più tenera età, per ricevere un’educazione ed un’istruzione.

E’ un luogo nel quale le ideologie, la politica, intesa nel senso più ampio del termine, non dovrebbero avere proprio ingresso, in quanto le giovani menti dei nostri figli dovrebbero esser libere di crescere e formarsi nella più totale autonomia.

La scuola, in definitiva, deve fornire ai giovani gli strumenti per formarsi, acquisendo anche una coscienza civile e politica che porterà ciascuno di loro ad essere un cittadino con proprie idee, ma non può in alcun modo essere il luogo in cui i nostri figli vengono indottrinati in maniera acritica ed avviati ad un pensiero eterodiretto.

Ciò non può e non deve avvenire, indipendentemente da quale sia l’ideologia imposta e da quale sia il nostro personale pensiero.

L’opera martellante di indottrinamento costituita, nella scuola di Adro, dall’ossessiva ripetizione del simbolo padano, è finalizzata unicamente ad inculcare negli alunni di oggi, cittadini di domani, il concetto che la Padania esiste, è una realtà etnica che domani potrà essere una realtà politica; è, in altri termini, un modo subliminale di inculcare nei cittadini di domani una linea politica odierna di uno specifico partito, la LEGA NORD.

Prescindiamo dal fatto se tale idea sia giusta o condivisibile: è assolutamente ingiusto che sia trasmessa (o che si tenti di farlo) in quella sede ed in quel modo.

Né vale dire, come alcuni hanno fatto, tentando di giustificare l’operazione, che il “sole padano” è un simbolo antico, che secoli prima di essere il simbolo di un partito era presente su reperti archeologici ed iscrizioni.

Anche la svastica era un simbolo antico, risalente addirittura al paleolitico, utilizzato da diverse civiltà antiche, dagli ebrei ai greci ed ai romani, ed il suo nome risale all’antico sanscrito; eppure, dopo la decisa connotazione di simbolo del nazismo che ha assunto nello scorso secolo, oggi nessuno si sognerebbe di adottarla come simbolo, a meno di non volersi qualificare come nazista.

Il fatto, quindi, è grave; ma molto più grave è che, pur essendo stata ripresa dai giornali, la vicenda non ha provocato che blande, blandissime reazioni da parte del mondo politico.

Lo stesso Ministro dell’Istruzione, dal quale dipende la scuola, si è limitato a definire folkloristico il fatto ed il suo responsabile; qualche giornale l’ha definito kitsch, ma nessun serio provvedimento risulta sia stato adottato perché si ponga fine a questa violazione continuata dei diritti fondamentali dei cittadini.

Un fatto di simile gravità meritava una forte indignazione dell’intera classe politica, prescindendo dalle rispettive appartenenze di partito, proprio perché costituisce un attentato alla libertà di pensiero e di opinione, diritto fondamentale del cittadino sancito dalla nostra Costituzione e come tale appartenente a tutti, e costituisce, sotto altro aspetto, un attentato all’unità nazionale ed all’identità culturale del nostro popolo; non meritava l’indifferenza con la quale è stato commentato, una indifferenza che ricorda troppo da vicino, per non allarmare, la supponenza e superficialità con la quale la classe politica di allora sottovalutò, nel primo dopoguerra, il fascismo.

E tutti sappiamo quali danni siano poi derivati........                                                         Piergiorgio Provenzano

 

E tutti sappiamo quali danni siano poi derivati........

 

 

Precedenti

Il sindaco di Adro: "Chi non paga non mangia"


 

Inno di Mameli

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Celebrazione dell'Unità d'Italia

Inno di Mameli


Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è desta, 
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa. 
Dov'è la Vittoria? 
Le porga la chioma, 
che schiava di Roma 
Iddio la creò. 
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò. 
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò, sì!


Noi fummo da secoli 
calpesti, derisi, 
perché non siam popoli, 
perché siam divisi. 
Raccolgaci un'unica
bandiera, una speme: 
di fonderci insieme 
già l'ora suonò.
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò, sì!


Uniamoci, uniamoci, 
l'unione e l'amore 
rivelano ai popoli 
le vie del Signore. 
Giuriamo far libero 
il suolo natio: 
uniti, per Dio, 
chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò, sì! 

Dall'Alpe a Sicilia, 
Dovunque è Legnano; 
Ogn'uom di Ferruccio 
Ha il core e la mano; 
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla; 
Il suon d'ogni squilla 
I Vespri suonò.
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò, sì! 

Son giunchi che piegano 
Le spade vendute;
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia
E il sangue Polacco
Bevé col Cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò, sì!

 

 

Manfredi Borsellino a suo padre Paolo

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Riproponiamo, per non dimenticare,  la STUPENDA LETTERA DEL FIGLIO DI PAOLO BORSELLINO

GRAZIE CARO PAPA'

MANFREDI BORSELLINO:

""" Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario.

Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.

Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto.

Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.


Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia.

Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno.

Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.

Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia.

Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.
Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima.

Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni.

Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.


Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre.

Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.
Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese.

Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.

Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava.

Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.
Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti.

Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.

Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla.

Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.
Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio.

Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna.

Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria.

Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.

La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare.

Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra.

E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.

Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.

D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino.

A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze.

Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.

Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.

Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.
"""

( La testimonianza del figlio del giudice – pubblicata per gentile concessione dell’editore – chiude il libro “Era d’estate”, curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi- Pietro Vittorietti editore).

 

La salentina Lara Carrozzo si afferma nel Concorso Internazionale di poesia "Premio Vittorio Bodini"

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 CONCORSO INTERNAZIONALE DI POESIA “PREMIO VITTORIO BODINI” - V EDIZIONE - ANNO 2010

Albo d’oro:

2005/06 - Martin Andrade (Cile - Argentina)

2006/07 - Pierfrancesco Zen (S. Martino di Lùpari - PD);

2008 - Liliana Marchi (Milano);

2009 - Gerardo Alliata (Palermo)

2010 - Lara Carrozzo (Melendugno - LE).


Lara Carrozzo, la giovanissima poetessa di Melendugno, è la vincitrice assoluta della quinta edizione del Concorso Internazionale di Poesia Vittorio Bodini con l'opera edita " Più Luce".

È la prima salentina ad affermarsi come vincitore assoluto tra le opere edite.

La raccolta di poesie dell'esordiente giovane poetessa ha riscosso un grande successo per la dolcezza e morbidezza dei suoi versi.

La sua poesia, nel descrivere i quieti meriggi del nostro sud ancestrale, dove le esistenze scivolano nel lento scorrere del tempo, riesce a trasmettere emozioni e stati d'animo che ci toccano emotivamente.

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Interrotta la corsa all'atomo del Governo Italiano

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La Consulta ha affermato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 del decreto legge I luglio 2009, n.78 nei commi 1, 2, 3 e 4, con i quali il Governo apriva alle procedure d’urgenza per la costruzione di nuove infrastrutture per la produzione di energia elettrica, cioè per le nuove centrali nucleari.

“I reattori rientravano in un piano di urgenza "in riferimento allo sviluppo socio-economico" e si stabiliva la loro costruzione per mezzo di capitali "prevalentemente o interamente privati".
Per attuarle, veniva istituita la figura di uno o più Commissari straordinari del governo, con poteri esclusivi e totali in tema di nuovi impianti energetici, al punto tale da poter scavalcare tutti gli enti coinvolti (a partire dai Comuni e dalle Regioni) per la scelta delle nuove sedi nucleari nazionali.

È stato proprio il mix tra "ragione d'urgenza" ed "utilizzo di capitali privati" e la privazione dei poteri decisionali delle regioni in materia, ad aver condotto la Corte Costituzionale a cassare l'intero articolo, nei commi che vanno dall'1 al 4”.
“Dopo le tante battaglie e i tanti ricorsi non possiamo che esultare.

Per la Puglia e per l’Italia è finita la paura. La sentenza della Corte Costituzionale decreta di fatto e di diritto la condanna a morte del nucleare”.

Per questa sentenza sulla quale i media hanno taciuto, la Puglia esulta.

È una soddisfazione di grande portata perché ribadisce la sovranità delle Regioni su tematiche come l’energia, abolendo la possibilità del commissariamento.

Ma soprattutto questa sentenza libera la Puglia dallo spettro del nucleare: la nostra regione - si rammenta - secondo la mappa stilata nel 1979 dal Comitato nazionale per l’energia nucleare, era la prima in Italia per località considerate compatibili con un reattore. Ne erano state individuate addirittura otto, dal Gargano al Salento.

Nessuno può più contestare la vocazione assoluta del nostro territorio per le energie rinnovabili.



 

Inaugurazione Stagione Estiva all'Approdo Paulus di Anzio


Anzio, 25 giugno 2010 ore 17 - L’ APPRODO PAULUS di Anzio e Nettuno senza barriere inaugura la stagione estiva 2010.

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